| Intervista Michele
Bartolucci Marzo 2003
1. Prendendo spunto
dal titolo di un tuo brano, che forse vuole essere anche un manifesto
del tuo modo di concepire la musica: Are you or not, a serious > composer?
Mi piacerebbe risponderti in inglese, ma in tale lingua non so esprimere
la piccola sfumatura che rende così differenti i due termini "serio"
e "serioso". Mi definisco un compositore "serio", perchè affronto
con serietà il lavoro dello scrivere, sia su commissione, che per
mia iniziativa. Con il
termine "serietà" intendo la conoscenza, la raccolta delle informazioni
e la scelta del "mezzo espressivo". Ma la "serietà" delle intenzioni
non è la "seriosità" del risultato in rapporto con chi l'ha
scritta. Il "serioso", al quale manca il distacco necessario per giudicare
la propria opera, spesso ha un eccessivo "timore reverenziale" verso le
forme costituite e storicizzate,
verso i "grandi del passato", quando non ha nei propri confronti un eccesso
di "ego".
Tutto questo rende, a mio avviso, molto difficile una "deviazione dalla
norma", condizione senza la quale il progresso non è possibile.
L'ironia in questo, aiuta molto.
2.I. concerti di solito pongono lo spettatore in modo passivo
o quasi: nei tuoi concerti invece assumono un ruolo attivo. Raccontaci
le tue esperienze.
Be' posso dire di aver sperimentato tanto in questo campo - sebbene ritenga
che sia una strada senza fine - sia nei miei concerti con ensemble tra
cui ricordo i Capillary, soprattutto i Broz Ensemble, ma anche i concerti
per piano solo. Per citarne alcuni, con il Broz Ensemble in un concerto
in Jazz Club distribuimmo delle partiture in bianco al pubblico ed eseguimmo
a prima vista la partitura così scritta , in un ideale avvicinarsi
dei ruoli tra pubblico "artista"; tale brano prese il nome di "Aleatory
music for wine, table and paper". In un altro concerto chiesi a delle
persone tra il pubblico, possibilmente senza educazione musicale di salire
sul palco e suonare i nostri strumenti, mentre un altro volontario aveva
le mansioni di "direttore e coordinatore". Oppure "Broz Tuca Tuca" in
cui a seconda della parte del corpo toccata da un volontario
(o meglio una volontaria) , il musicista suonava la nota corrispondente.
Nei concerti solistici chiedo delle note al pubblico su cui improvvisare
o chiamo qualcuno sul palco e lo faccio sedere sulla parte alta della
tastiera, cercando di armonizzare in tempo reale quello che sta suonando.
Da un lato la cosa avvicina il pubblico alla "creazione" di un qualcosa,
considerando l'artista come un mezzo e non come un fine.
3. Il tuo linuaggio musicale nasce dalla commistione di stili
completamente diversi. Come nasce un tuo brano?
Dopo l'idea (ma spesso prima), la cosa più importante inizialmente
nel processo compositivo è la committenza, la destinazione. Ho
scelto già da diverso tempo di fare il compositore come
mestiere e quindi la mia unica fonte di sussistenza è questa. Non
insegno, non faccio un altro lavoro e l'attività concertistica
non è quella principale. Ma al di là di chi mi commissiona,
sia un regista di cinema, di teatro o un'agenzia di pubblicità
esiste in questo un'estetica di fondo,
più o meno ravvisabile a seconda del lavoro composto.
Credo nell'interdisciplinarietà delle scienze e delle arti e cerco
di esprimere questo avvalendomi del linguaggio musicale. Ritengo la musica
un "mezzo" e ritengo pure me stesso un
"mezzo" in cui fluiscono energie, conoscenze in una ipotetica "staffetta"
che ci si passa di mano in mano tra artisti (e scienziati) e che costituisce
il "progresso" nel senso più ampio del termine. Hai parlato di
commistione di stili: per mia natura sono una persona abbastanza impaziente
e mi annoio facilmente: non nella vita, ma nel momento in cui, da fruitore
di un'arte, prevedo già il suo
sviluppo: questo può valere per un brano musicale, un film, un
racconto o un'opera di arte visiva. Accostare stili diversi vuol dire
abbattere delle barriere ed è quello che ho cercato di fare nei
miei primi anni di attività, spesso essendo tacciato di "dilettantismo".
Credo che al giorno d'oggi non esistano più tali barriere, anzi
per essere più precisi, le barriere ci sono, eccome, ma sono invisibili,
intangibili e dentro di noi. E' come sfondare una porta aperta, a questo
proposito mi viene in mente "L'Angelo sterminatore" di Bunuel. Ho visto
decine di compositori (più che altro diplomati in Composizione)
e strumentisti stupirsi per Gershwin, il Jazz degli anni '30 o il Rap,
oppure sull'onda del "new-romantic" o della "new-age" scrivere melodie
scontate con titoli terrificanti.
Forse le barriere sono un necessario punto di riferimento per capire dove
e come oltrepassarle.
4.L'improvvisazione è sempre stata una caratterisica
dei musicisti del passato. Poi, nel novecento la funzione creativa dello
strumentista è venuta meno, anche per colpa delle scuole di musica...tu
invece continui questa tradizione. Hai qualche consiglio per poter sviluppare
questa vena creativa di chi fa musica?
La decadenza dell'arte improvvisativa si è avuta con la scissione
tra compositore e interprete; neanche troppo tempo fa era impensabile
un musicista che non sapesse improvvisare.
Sarebbe a dire come una persona che sa solo parlare recitando prosa scritta
precedentemente da altri e non è capace di esprimere un proprio
pensiero.
Senz'altro ci sono persone, che per proprie doti vi riescono più
di altri, tipo i grandi oratori, ma una volta acquisito un linguaggio
la cosa più naturale e esprìmervisi. Qui ritorna l’annoso
problema della scuola e dell’insegnamento accademico. La scuola,
per sua natura, è un'istituzione ancorata al passato, che deve
soggiacere a orari, programmi e rapporti con le autorità governative.
Se da un lato è una cosa positiva il fatto che si provi a insegnare
qualcosa di "eterodosso" come l'improvvisazione, il jazz e tra un po'
anche il rock, dall'altro sono sempre scettico sul "modo" di insegnamento,
che privilegia molto gli "effetti" e poco le "cause". Non vedo una gran
differenza tra il "classico" musicista classico e il "jazzista di oggi"
che nella maggior parte dei casi non fa altro che ripetere scale e "pattern".
A quanto mi ricordi ho sempre improvvisato. Ho cominciato a suonare il
pianoforte a sei anni, a studiarlo a sette e parallelamente ho sempre
improvvisato, magari rifacendo a orecchio le musiche e le sigle che ascoltavo
in televisione.
Il consiglio che posso dare è quello di cercare di "liberarsi"
dalla "schiavitù" della prassi. Non c'è bisogno di aspettare
il diploma per suonare o scrivere. Il percorso è individuale. Bisogna
conoscersi, capire cosa si ha da dire e se lo si vuole dire. Immaginare
per esempio di essere "un pensiero puro" che utilizza dei mezzi. Un mezzo
è la mente, un mezzo è il corpo e un mezzo è lo strumento;
nei concerti un "mezzo" può anche essere il pubblico. Nella "empatia
armonica" e
nell'equilibrio di questi mezzi si produce qualcosa che sarà inevitabilmente
qualcosa di unico, bello e sorprendente.
5.La Musica e la Poesia sono considerate due arti sorelle. Considerando
la tua passione per la poesia: c'è poesia nelle tue musiche e musica
nelle tue poesie?
Poesia viene dal greco "Poiesis", derivato di "Poieo", che significa "fare",
ma anche "celebrare", "produrre", "comporre", quindi tutto quello faccio
è
"poiesis", poesia. L'idea di atto è una cosa che mi prefiggo sempre
quando scrivo musica. Non mi piace il "rappresentare" la realtà
nel senso di "musica a programma" di barocca memoria; posso considerarmi
soddisfatto quando il "campo sonoro" "sfora" in altri campi percettivi
dei sensi
rimanenti. Si potrebbe parlare tanto sul rapporto tra queste due "arti
sorelle".
Quando avevo la possibilità di presentarle al pubblico ho scritto
e registrato molte canzoni. Il rapporto tra testo e musica è molto
delicato. Non perdo occasione di sostenere che un testo, qualunque esso
sia ha già in se la propria musica. Scopo del (bravo) compositore
è di saperla capire e "carpire". Mi è capitato recentemente
di mettere in musica cose davvero complesse, come "Crimini Esemplari"
di Max Aub, e "Il medico di campagna" di Kafka.
Le poesie che scrivo da qualche anno hanno un loro ritmo e una loro musica,
Come ogni poesia. Le prime sono nate in un periodo in cui produrre musica
per me era molto faticoso e poco soddisfacente, dovendo soggiacere ai
soliti problemi che ognuno che si cimenta in quest'arte ben conosce. La
poesia era (ed è) un mezzo artistico immediato e "puro" non vincolato
da musicisti non motivati o incapaci, strumentazione e concerti. Ne ho
scritte circa un centinaio ed è dall'anno scorso che quando posso
le leggo pubblicamente in quelli che si potrebbero chiamare "readings".
Usciranno in un libretto dal titolo "Incomprensibile in Lituania". Mi
piace molto il suono delle parole, le associazioni surreali che a volte
mi fanno pensare ai "koan", cioè i "quesiti senza risposta" (o
comunque con una risposta al di là della logica e del dualismo)
della filosofia zen.
Sono assolutamente non intimistiche e quasi sempre una "celebrazione"
del mondo "reale" e di quello delle "idee", in cui fluisce il soggetto,
per poi a poco a poco disperdersi...
intervista di Michele
Bartolucci pubblicata sul periodico “La Nota” del Gennaio/Marzo
2003
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